Alla fine tutto torna, ma quel pareggio col Pescara – tra gli altri – lascia non poco rammarico. Il corso naturale delle cose, alla luce di una crescita latente che si è slatentizzata dopo Empoli, non poteva che collocare il Catanzaro in una posizione ragguardevole, per uomini e qualità.
Evidentemente, per arrivarci – beninteso: nulla è sancito, nulla è “definitivo”, sarà lunga e dura confermarsi – si doveva necessariamente transitare da quella partenza difficile. Al di là di tattica e moduli, si doveva per forza “passare” da lì, da pareggi “sciapi” e deludenti, passi falsi in casa e prestazioni non all’altezza.
Ora è il Catanzaro di Alberto Aquilani. Anzi, lo è già da un po’, indipendentemente dal fatto che – tornando al sistema – questo 3-4-2-1 sia comunque “parente stretto” del 3-5-2 sottinteso, in virtù della “anarchia” tattica dei gioielli Cisse e Iemmello.
Parentesi: ennesimo coniglio estratto dal cilindro del capitano, il delizioso assist per Pontisso, oltre al lavoro oscuro in lungo e in largo, tra le linee, soprattutto abbassandosi a prender palla e scansionare il campo.
Si doveva partire da lì per arrivare ad oggi, allora: ventotto punti in classifica, la conferma che si può ragionare su altro, su qualcosa in più di una salvezza, magari per il terzo anno consecutivo. Scongiuri, scaramanzia e lucidità, perché – ribadiamo – nulla è stato ottenuto e, in tal senso, l’allenatore romano non può che predicare cautela e piedi per terra, focalizzandosi già al Cesena (LEGGI QUI), ospite al “Ceravolo” dopo Santo Stefano.

Allora sopraggiunge quel velato rammarico nel riepilogare i passi intermittenti del Catanzaro, nel periodo agosto/novembre. Ecco, a sfogliare i momenti nei quali si sarebbe potuto dare di più, a parer nostro “urla vendetta” il 3-3 interno contro un modesto Pescara, per di più concesso al fotofinish. Peccato.

Senza arrovellarsi inutilmente il cervello, addentrandosi in un labirinto di pensieri malsani che fanno “avvelenare” il fegato, ci rispondiamo che tutto torna, alla fine.

La vittoria di Bari è il punto esclamativo. Una squadra certamente non scarsa quella guidata (per il momento) dall’ex Vivarini, ma “svuotata” e carica di ansie e pressioni, quasi senza cuore, come si fosse abbandonata all’idea di un triste epilogo.

Quanto al match, poco da aggiungere: avversario mai pervenuto, forse – anzi, sicuramente – il peggiore per contenuti, fin qui, incrociato; l’1-0 col quale i giallorossi avevano chiuso il primo tempo al “San Nicola” era anche parziale stretto.

Una partita mai veramente in discussione, neanche quando il rigore – “gentilmente impacchettato” nel recupero – l’aveva in teoria riaperto. Il Catanzaro ha spadroneggiato e gestito senza affanni, dal primo all’ultimo, trascinato dai circa mille supporters nel settore ospiti.

Sabato 27, una volta digeriti cenone, pranzo e tortellini del 26, il calendario proporrà uno dei match più affascinanti (e importanti) della penultima d’andata: il Cesena, attualmente quarto in graduatoria e distante tre lunghezze.

Chissà se l’US potrà ritrovare – quantomeno tra i convocati – Buglio e Oudin, quest’ultimo accreditato tra i partenti a gennaio ed eventualmente da non rimpiazzare con un intervento sul mercato, visto il rientro di Pompetti.

Battere il Cesena consentirebbe di vivere una sosta ulteriormente serena, pianificando (zitti zitti) altro. Ma non c’è urgenza, non c’è alcun assillo o pressione. Perché alla fine tutto torna.










