A volte non serve individuare “un avversario” nello spiegare le ragioni di una sconfitta. Siamo noi gli “avversari” di noi stessi.
Questo è il riassunto degli avvenimenti del pomeriggio del “Ferraris”, dove Sampdoria e Catanzaro accendono la gara soprattutto attraverso i propri errori.
La vittoria contro la Carrarese aveva dato segnali rassicuranti, pur confermando gli oggettivi limiti che questo Catanzaro ha, soprattutto sul piano mentale.
Quel campanello d’allarme sembrava essersi “spento”, ma dopo il 2-1 rimediato a Marassi torna a risuonare, a indurre non poche preoccupazioni.
L’US sembra vivo nel primo tempo, riuscendo anche a passare in vantaggio, seppur casualmente, grazie all’errore di Gartenmann. Ma le note positive si chiudono (già) qui.
In fase difensiva i problemi delle prime partite non sono stati risolti. L’intero reparto arretrato in alcuni frangenti soffre di forti amnesie, spesso coperte da Mirko Pigliacelli in versione “Superman”.

Amnesie che hanno raggiunto l’apice con l’harakiri del duo Antonini-Candela, che confezionano il regalo ai ragazzi di Bernardo Corradi nel finale.
Ma i problemi non si riducono al pacchetto arretrato. Anche in attacco le Aquile sprecano.
Le occasioni per aprire e chiudere la partita arrivano, con Iemmello e Mosti prima e Pecorino poi, ma davanti alla porta manca lucidità: troppa fretta, troppa imprecisione.
Occasioni che, in una giornata storta come questa, pesano quanto i gol subiti.

Un ultimo aspetto che funge da aggravante è quindi il contesto in cui si è materializzata la sconfitta: una Sampdoria in dieci uomini (e senza Insigne, uscito dal campo, sfinito, dopo il gol del pareggio), avrebbe lasciato spazio e tempo per trovare il modo di portare a casa la partita, ma la carenza di idee (e cuore) hanno portato all’epilogo che conosciamo.

Non si tratta solo di imiti di natura tecnica, di palleggio, pressione alta o fase di impostazione: a questa squadra pare manchino lo spirito, la grinta necessaria, con un atteggiamento quasi compassato e remissivo a fare da contraltare.

Il Catanzaro, ancora una volta, è stato l’avversario di sè stesso. La lunga sosta ci si augura portare consiglio dopo un’analisi introspettiva.

Perché occorre guardarsi dentro, frugare nel proprio “io” e tirar fuori le motivazioni per raddrizzare il cammino, ritrovare la bussola smarrita.
Francesco Mazzoleni












