Alcune partite propongono altre “sfide nelle sfide”, piuttosto suggestive, affascinanti. Capita che un “califfo” della categoria, il vecchio saggio, incontri un emergente di belle speranze, un giovane di prospettiva.
Allora poco conta l’esser stato un campione che ha girato mezza Europa, tra club e Nazionale, con una carriera costellata da soddisfazioni: nel passaggio “calciatore/allenatore” si resetta tutto, si cambia totalmente pagina e stile di vita, si riparte da zero.
Ed è così che, al cospetto di un allenatore navigato – che magari vanta seicento panchine in cadetteria – qualche indicazione occorre “rubacchiarla”, carpirla. Quantomeno nell’esperienza più che nella proposta.
Venendo ai fatti, le squadre di Fabrizio Castori – notoriamente – non hanno mai spiccato per brio e fantasia, ma si distinguono per essere “scorbutiche”, arcigne, spigolose, predisposte anche all’ostruzionismo e a “spezzettare” il gioco per far leva sullo scorrere dei secondi e “sporcare” la partita.
Basti pensare al doppio confronto tra il Catanzaro e l’Ascoli, due anni fa, guidato dal settantunenne tecnico marchigiano.

Tuttavia, non è neanche intellettualmente onesto ridurre il tutto a questo: il Sudtirol al “Ceravolo” ha giocato a testa alta, dimostrando grande organizzazione; ed è vero, avrebbe meritato la vittoria se non fosse stato per l’invenzione del singolo, per l’ennesimo colpo – “indovinate” un po’ – del suo capitano.

Iemmello – elogiato da Castori in sala stampa LEGGI QUI – è capace di giocate che altri, non solo non son capaci di replicare, ma non sono proprio in grado di pensare.

Ecco, allora il giovane e promettente Alberto Aquilani ha da apprendere qualche “trucco del mestiere”, nell’arguzia e nella solidità, da un anziano come Castori il quale, sempre ai microfoni, ha sorriso davanti a questa osservazione, salvo poi rispondere, saggiamente: “Mi piacerebbe essere al suo posto, significherebbe essere più giovane”.

L’aver giocato con Totti o ad “Anfield“, l’aver vestito la maglia Azzurra per molti anni, l’esser stato sopraffino giocatore di caratura internazionale, conta relativamente, ed Aquilani dispone dell’umiltà e dell’intelligenza per rivedere alcuni aspetti e magari ricevere nuovi input nel corso del tempo. Ma è giusto, ci mancherebbe, non è certo una deminutio.

La partita del Catanzaro, domenica sera, è “iniziata” solo al minuto 39.40, con la prima conclusione (da venti metri) di Rispoli, alta di un soffio. Fino a quel momento, poco o nulla, se non il monologo altoatesino, legittimato nel vantaggio mantenuto per circa un’ora.

L’US ha faticato a gestire il pallone, a trovare connessione tra reparti, senza riuscire ad impensierire veramente l’ex Adamonis, prima della palla-gol non capitalizzata da D’Alessandro a ridosso dell’intervallo.

Un organico che annovera giovani talenti, con ampi margini di crescita, ma ancora “acerbi” per certi versi e lo stesso tecnico lo ha riverberato più d’una volta, ribadendo quanto non si tratti più della Serie C o del campionato Primavera.

“Dal mercato mi aspetto qualcosa che possa ‘pareggiare’ un po’ di forza fisica, di ‘gamba’. Ci auguriamo arrivi qualcuno pronto per giocare”, diceva a caldo il trainer romano (LEGGI QUI) e, parafrasando le parole di Iemmello, quel dover “alzare l’asticella” (LEGGI QUI), ripreso poi dallo stesso patron Floriano Noto alla presentazione, lunedì sera, si spera possano arrivare dal mercato trentenni “con le rughe”, calciatori “fatti”, pronti, che abbiano bisogno del tempo per assimilare i concetti, ma siano pronti atleticamente.

In tal senso, è andato in porto l’operazione che alzerebbe l’asticella: l’arrivo dell’esterno Federico Di Francesco, classe ’94 fin qui diviso tra serie A e B, attualmente elemento del Palermo.

Sul fronte uscite, nel frattempo, il Ragusa 1949 è prossimo ad ufficializzare l’attaccante, proveniente dalle Aquile, Gabriel Rafele, dopo essersi messo in mostra in particolare con la formazione Primavera, di cui è stato trascinatore lo scorso anno.

Siamo solo all’inizio, suvvia, ma ben vengano determinati “messaggi” lanciati da prestazioni opache, perché è il tempo della costruzione, del rodaggio. Ma è anche tempo di “alzare l’asticella”.









