Giusto così. Un atto dovuto esonerare Giorgio Gorgone, inadeguato – suo malgrado – dal principio. Un esonero giusto, ma tardivo: avrebbe avuto senso, magari, sollevare dall’incarico l’allenatore romano già prima della sosta o comunque non oltre il ko – di per sé pesante – con il Mantova.
Cambiare prima della pausa sarebbe stato saggio e previdente, in considerazione di una lunga parentesi che avrebbe consentito all’allenatore subentrante di conoscere il gruppo e lavorare, provando ad imprimere i suoi concetti. Come fosse un vero e proprio “ritiro”, lo abbiamo lungamente scritto. Invece no, si è inteso perseverare.
Questo pomeriggio, al “Nicola Ceravolo”, si è scritta una delle pagine più brutte della quasi centenaria storia dell’US Catanzaro e lo sosteniamo senza timore di smentita. È senza dubbio l’ora più buia della storia recente, dopo i record di Vivarini e la Serie A sfiorata da Aquilani.
Un 1-6 che nessuno dimenticherà e che delinea una cicatrice sul volto della città di Catanzaro, al di là dell’ambito puramente sportivo: a queste latitudini il calcio è socialità, cultura, tradizione, ascensore sociale, vettore economico.
La sconfitta in casa più pesante nella storia. Lo 0-5 subito dal Parma, tre anni fa, aveva avuto connotazioni diverse, tanto da riscontrare gli applausi verso una squadra che, comunque, aveva dato l’anima offrendo una prova dignitosa contro un avversario giustamente d’altra categoria. E senza agire di pancia, pur mossi dalla rabbia, occorre trovare la lucidità di fare analisi in un Paese che vive di polemica, dappertutto, da Pordenone a Trapani.

Giorgio Gorgone paga per tutti. Paga uno, per le colpe di tutti. La proprietà ha pensato “bene” di rivoluzionare e destrutturare un gruppo fermatosi a cinque minuti dalla A, per fare cassa senza reinvestire; sia chiaro, monetizzare su giovani talenti e affari irrinunciabili (Pittarello e Pontisso) è comprensibile, ci sta. Quel che non è ammissibile – lo rimarchiamo per l’ennesima volta – è non aver trovato dei degni sostituti e, ancor peggio, aver operato fuori tempo massimo.
E ora rischia di cestinare quanto di buono costruito negli anni, pagando l’eccessiva sicumera delle scelte, perché “tanto ci riprendiamo, come nei due anni precedenti”. No, una squadra di calcio non vive delle stesse dinamiche di un’azienda.

Il direttore sportivo, a ruota, ha confezionato un organico inutilmente vasto, pregno di calciatori – vuoi per esperienza, vuoi per curriculum – non adeguati alla cadetteria, collezionando un ampio ventaglio di trequartisti ma lasciando carenze in alcune zone del campo, senza individuare, ad esempio, un leader difensivo o un valido partner per Petriccione in mediana. Insomma, tanti, ma inutili.
L’allenatore, Giorgio Gorgone, resterà indubbiamente una persona perbene, umile, garbata, però decisamente confusa, fuori contesto e non solo per Catanzaro o la Serie B ma, più in generale – temiamo – per il mondo del calcio, un mondo che “ti mastica e ti sputa via” senza deglutire se non hai carisma e spalle larghe, più che dettami tecnico-tattici.

I calciatori, dunque: il tempo delle attenuanti – ove fosse mai iniziato – è concluso, ma da un po’. In campo sono loro ad andare e, al netto di limiti evidenti ma comprensibili, non possono non mettere il cuore, lo spirito, gli attributi, galleggiando sul rettangolo verde con indolenza, come fossero gli spettri di sé, con un atteggiamento remissivo e a tratti rassegnato.

Ora ci si chiede chi abbia la voglia di prendere il timone e lanciarsi in questa avventura in acque al momento burrascose, per provare a trovare la rotta, prima che sia troppo tardi, mentre all’orizzonte si intravede la trasferta di Benevento, imminente.

Occorre che ognuno faccia una profonda analisi introspettiva, un’esame di coscienza e che la proprietà accetti le critiche di sdegno – lecite, purché contenute – di una città ferita.











